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Bobby
Fischer era largamente favorito dalle previsioni, prima del match di
Reykjavik, e non ha deluso i suoi ammiratori. Qualcuno potrà
rimproverargli di aver giocato con troppa prudenza dalla quattordicesima
partita alla ventesima: ma egli aveva già allora un vantaggio di tre
punti, e sarebbe stata follia non amministrarlo saggiamente, in una
sfida per il campionato mondiale. Nell'incontro si possono distinguere
due fasi. Sconfitto nella prima partita per un azzardato esperimento in
finale, perduto un altro punto (a forfait) nella seconda, l'americano ha
tirato fuori le unghie. Ha smentito anzitutto quei critici che
contestavano la monotonia del suo repertorio, dimostrando di sapere
giocare con virtuosismo (e novità di idee) anche aperture diverse da
e2-e4, o c7-c5, dall'Indiana di Re o dalla Gruenfeld (E' curiso che
dalla Siciliana, di cui è profondo conoscitore sia come attaccante, sia
come difensore, non abbia potuto ricavare più del cinquanta per cento).
Dalla terza partita alla decima (si eccettui la quarta, in cui Spassky
ebbe un vantaggio sensibile, ma non seppe concretarlo) Fischer ogni
volta che ha avuto l'iniziativa ha regolarmente sopraffatto
l'avversario. A nostro avviso Fischer non è soltanto, attualmente, e
nettamente, il più forte giocatore del mondo, ma non ha completato
ancora il suo cammino ascendente. Il
suo gioco pecca talvolta, per quanto riguarda la strategia difensiva, di
eccessivo ottimismo, cosicché gli può ancora capitare di perdere una
partita in malo modo, come l'undicesima.
Ma casi del genere diventeranno sempre più rari.
La seconda fase del match si è iniziata con la tredicesima partita, la
più lunga del match;
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Spassky,
in svantaggio dall'apertura, complicò il gioco con rischi sapientemente
calcolati, e l'emozionante finale si sarebbe concluso con una patta
senza una deplorevole svista. Un altro infortunio analogo danneggiava il
campione sovietico nella partita successiva, in cui aveva un pedone di
più e ragionevoli speranze di vittoria. Da allora Fischer si è
limitato a mantenere il distacco, sentendo di avere il titolo in pugno,
mentre Spassky tentava disperatamente, senza riuscirvi, di risollevare
le proprie sorti; il suo giuoco era del resto in declino da un paio
d'anni. Non vale la pena di parlare dell'incidente fantascacchistico
accaduto in questa seconda fase, con l'ispezione alla sala e alle sedie
dei giocatori richiesta dai "secondi" sovietici, in cerca di
supposti artifici magici, o parapsicologici, del campione americano.
Meno grottescamente, coloro che sessanta anni fa venivano sconfitti da
Lasker incolpavano i puzzolenti sigari fumati dal tedesco, che non si
degnava nemmeno di rispondere a quelle accuse. Reykjavik ha visto la
fine del predominio dell'URSS, che dal 1948 in poi aveva considerato il
titolo mondiale un suo affare interno. Bisogna riconoscere che l'era dei
campioni sovietici era stata piuttosto grigia: da Botvinnik a Spassky
(la sola eccezione fu Tal) nessuno aveva saputo suscitare veri
entusiasmi. Con Fischer sul trono, il mondo scacchistico ha di nuovo il
suo eroe, come lo ebbe ai tempi di Capablanca e di Alekhine. (L'Italia
Scacchistica n.803, Settembre 1972) |