Questa che segue è la pagina che il quotidiano ha pubblicato domenica 13 febbraio, nella forma originale, per facilitarvi la lettura sotto le immagini del giornale è riportato lo stesso articolo in formato web

 

L’ingegnere trentino ha vinto il 52º titolo italiano
ANDREA SELVA

TRENTO. Una partita di 28 mesi prima di poter dire: «Sono campione italiano di scacchi». Ma non immaginatevi Stefano Moncher (è lui il vincitore) concentrato di fronte alla scacchiera mentre fuori dalla finestra si alternano le stagioni. No, immaginatelo piuttosto mentre scrive le mosse su una cartolina postale e le invia agli avversari di tutta Italia. Quindici partecipanti, tutti contro tutti, si giocano le quattordici partite contemporaneamente ognuno a casa propria: dopo un anno ne aveva finite sei, dopo due anni altrettante, l’ultima, la più lunga, è durata appunto ventotto mesi.
 Si chiamano “scacchi per corrispondenza”, disciplina storica che affonda le radici nei primi dell’Ottocento (quelle ufficiali, in realtà si giocava così da molto tempo). Nei giorni scorsi si è concluso il 52º campionato italiano vinto dall’ingegnere trentino, 43 anni, maestro di scacchi.
 E’ una partita da record la sua? Dipende. Soprattutto dalla velocità delle Poste tanto che verso la fine, giusto per sbrigarsi un po’, il trentino si è messo d’accordo con l’avversario e hanno deciso di spedirsi le mosse via email.

 

Le mosse di 14 partite contemporanee sono state affidate a cartoline come queste 


In realtà ci sono stati incontri molto più lunghi, ad esempio quelli tra i maestri occidentali e i russi quando la guerra fredda rallentava le comunicazioni: potevano durare anche 5 o 6 anni, sempre che alla frontiera non bloccassero quei foglietti sospetti con istruzioni in codice come R-F7-E6, che per i profani significa spostare il Re da una casella all’altra.
 Diciamolo: bella soddisfazione vivere la propria vita, andare al lavoro, portare i bambini a scuola, mangiare in pizzeria, mentre l’avversario studia le sue mosse, senza restare a guardarlo inchiodati al tavolino con l’orologio che impietoso scandisce i minuti. Ma questa, fra le implicazioni di una partita giocata affidandosi alle Poste, è solo la minore. Pensate, ad esempio che un maestro di scacchi resista alla tentazione di consultare le sue immense librerie (quella di Moncher ha 300 volumi tutti dedicati agli scacchi) quando è il suo turno ed è quasi ora di correre all’ufficio postale? Illusi. Credete che fra i giocatori ci sia ancora qualcuno che rinuncia ad accendere il computer per farsi consigliare da un programma informatico? Ingenui. Pensate che i concorrenti non si facciano aiutare dagli amici o dal circolo scacchistico della città? Siete anime candide. Negli scacchi per corrispondenza è possibile farsi aiutare, tanto nessuno vi scoprirà mai, come accadeva nell’Ottocento quando si sfidavano città intere. Memorabile - raccontano gli appassionati - la sfida fra Londra ed Edimbrugo, durata quattro anni e vinta dagli scozzesi che battezzarono col nome della loro nazione la prima mossa della partita (quella che in gergo si dice apertura).
 E’ proprio per questo - perché gli scacchi per corrispondenza consentono le consultazioni dei giocatori, anche se in realtà non c’è scritto nel regolamento - che Stefano Moncher ha festeggiato il suo titolo ringraziando l’amico Stefano De Eccher. Questi due - i trentini più forti in questo momento - erano quelli sul palco dell’Irst nel settembre scorso a commentare la partita organizzata fra il software più potente del mondo e lo scacchista veneto Michele Godena, quando il computer impiegò circa due ore, mica due anni, a battere l’umano.
 A questo punto noi che gli scacchi li conosciamo così così (sappiamo che ci sono re e pedoni ma se ci chiedono quante sono le caselle di una scacchiera andiamo in crisi), noi ci immaginiamo una scacchiera immobile come un monumento per due anni da qualche parte in casa Moncher, con la moglie che fa per spolverarla e lui che la blocca, non sia mai che muova qualche pezzo della lunghissima partita. E invece no: dobbiamo immaginare un quadernetto con le mosse di tutte le quattordici partite e poi - per l’ultima, la più dura - una scacchiera portatile che il maestro di scacchi tirava fuori dal taschino ogni volta che aveva qualche minuto per concentrarsi un po’ e studiare la prossima mossa. Così funziona.
 Gli scacchi per corrispondenza sono una disciplina in declino, che affonda le radici in un mondo di treni postali (in India giocarono una partita spedendosi le mosse via elefante), quasi un esercizio di nostalgia nell’era delle comunicazioni globali in tempo reale. Eppure lui ci è affezionato, quest’ingegnere trentino di 43 anni, sposato con una figlia nata pochi mesi fa. Dicono che gli scacchisti sono tipi “matematici”. Sarà, lui intanto l’hanno assunto quelli della Rossignol-Lange che hanno fatto gli scarponi anche per Tomba e l’hanno chiamato a lavorare a Montebelluna. Molti altri, bravi come lui, fanno i professori di matematica ma ci sono anche filosofi e letterati, le solite eccezioni. Ah, se vi era rimasto il dubbio: le caselle della scacchiera sono 64.

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