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L’ingegnere
trentino ha vinto il 52º titolo italiano
ANDREA
SELVA
TRENTO.
Una partita di 28 mesi prima di poter dire: «Sono
campione italiano di scacchi». Ma non immaginatevi
Stefano Moncher (è lui il vincitore) concentrato di
fronte alla scacchiera mentre fuori dalla finestra si
alternano le stagioni. No, immaginatelo piuttosto mentre
scrive le mosse su una cartolina postale e le invia agli
avversari di tutta Italia. Quindici partecipanti, tutti
contro tutti, si giocano le quattordici partite
contemporaneamente ognuno a casa propria: dopo un anno
ne aveva finite sei, dopo due anni altrettante,
l’ultima, la più lunga, è durata appunto ventotto
mesi.
Si chiamano “scacchi per corrispondenza”,
disciplina storica che affonda le radici nei primi
dell’Ottocento (quelle ufficiali, in realtà si
giocava così da molto tempo). Nei giorni scorsi si è
concluso il 52º campionato italiano vinto
dall’ingegnere trentino, 43 anni, maestro di scacchi.
E’ una partita da record la sua? Dipende.
Soprattutto dalla velocità delle Poste tanto che verso
la fine, giusto per sbrigarsi un po’, il trentino si
è messo d’accordo con l’avversario e hanno deciso
di spedirsi le mosse via email.
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Le
mosse di 14 partite contemporanee sono state
affidate a cartoline come queste |
In realtà ci sono stati incontri molto più
lunghi, ad esempio quelli tra i maestri occidentali e i
russi quando la guerra fredda rallentava le
comunicazioni: potevano durare anche 5 o 6 anni, sempre
che alla frontiera non bloccassero quei foglietti
sospetti con istruzioni in codice come R-F7-E6, che per
i profani significa spostare il Re da una casella
all’altra.
Diciamolo: bella soddisfazione vivere la propria
vita, andare al lavoro, portare i bambini a scuola,
mangiare in pizzeria, mentre l’avversario studia le
sue mosse, senza restare a guardarlo inchiodati al
tavolino con l’orologio che impietoso scandisce i
minuti. Ma questa, fra le implicazioni di una partita
giocata affidandosi alle Poste, è solo la minore.
Pensate, ad esempio che un maestro di scacchi resista
alla tentazione di consultare le sue immense librerie
(quella di Moncher ha 300 volumi tutti dedicati agli
scacchi) quando è il suo turno ed è quasi ora di
correre all’ufficio postale? Illusi. Credete che fra i
giocatori ci sia ancora qualcuno che rinuncia ad
accendere il computer per farsi consigliare da un
programma informatico? Ingenui. Pensate che i
concorrenti non si facciano aiutare dagli amici o dal
circolo scacchistico della città? Siete anime candide.
Negli scacchi per corrispondenza è possibile farsi
aiutare, tanto nessuno vi scoprirà mai, come accadeva
nell’Ottocento quando si sfidavano città intere.
Memorabile - raccontano gli appassionati - la sfida fra
Londra ed Edimbrugo, durata quattro anni e vinta dagli
scozzesi che battezzarono col nome della loro nazione la
prima mossa della partita (quella che in gergo si dice
apertura).
E’ proprio per questo - perché gli scacchi per
corrispondenza consentono le consultazioni dei
giocatori, anche se in realtà non c’è scritto nel
regolamento - che Stefano Moncher ha festeggiato il suo
titolo ringraziando l’amico Stefano De Eccher. Questi
due - i trentini più forti in questo momento - erano
quelli sul palco dell’Irst nel settembre scorso a
commentare la partita organizzata fra il software più
potente del mondo e lo scacchista veneto Michele Godena,
quando il computer impiegò circa due ore, mica due
anni, a battere l’umano.
A questo punto noi che gli scacchi li conosciamo
così così (sappiamo che ci sono re e pedoni ma se ci
chiedono quante sono le caselle di una scacchiera
andiamo in crisi), noi ci immaginiamo una scacchiera
immobile come un monumento per due anni da qualche parte
in casa Moncher, con la moglie che fa per spolverarla e
lui che la blocca, non sia mai che muova qualche pezzo
della lunghissima partita. E invece no: dobbiamo
immaginare un quadernetto con le mosse di tutte le
quattordici partite e poi - per l’ultima, la più dura
- una scacchiera portatile che il maestro di scacchi
tirava fuori dal taschino ogni volta che aveva qualche
minuto per concentrarsi un po’ e studiare la prossima
mossa. Così funziona.
Gli scacchi per corrispondenza sono una disciplina
in declino, che affonda le radici in un mondo di treni
postali (in India giocarono una partita spedendosi le
mosse via elefante), quasi un esercizio di nostalgia
nell’era delle comunicazioni globali in tempo reale.
Eppure lui ci è affezionato, quest’ingegnere trentino
di 43 anni, sposato con una figlia nata pochi mesi fa.
Dicono che gli scacchisti sono tipi “matematici”.
Sarà, lui intanto l’hanno assunto quelli della
Rossignol-Lange che hanno fatto gli scarponi anche per
Tomba e l’hanno chiamato a lavorare a Montebelluna.
Molti altri, bravi come lui, fanno i professori di
matematica ma ci sono anche filosofi e letterati, le
solite eccezioni. Ah, se vi era rimasto il dubbio: le
caselle della scacchiera sono 64.
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